«Non si può guardare la convenienza e poi decidere come schierarsi… Non puoi farlo, non puoi ridurre la parola sinistra a una griffe». Per Nichi Vendola non è una questione di orgoglio. Continuare a chiedere le primarie, restare al fianco della Fiom nello scontro con Marchionne, sposare posizioni garantiste sul caso Battisti non sono battaglie di minoranza, ma di civiltà. Essenziali, anche quando la storia sa di tempesta. Per il Pd una domanda: «Per il futuro dell’Italia la sinistra rappresenta un problema o una via di salvezza?». Perché, spiega Nichi, «la ricerca di un’alleanza con la cultura moderata è un gesto di eutanasia per la sinistra».
Cominciamo dalle primarie: che senso ha continuare a chiedere al Pd un atto di generosità che sarebbe anche auto-distruzione?
È il contrario: non vedo come si possa cancellare lo strumento delle primarie senza far saltare il Pd. Anzi, direi che vista la natura incerta del Pd, proprio le primarie sono un elemento forte e unificante di cultura politica. Non c’è possibilità di sabotare questo strumento e dà da pensare che diventi un ferro incandescente soltanto se vengo evocato io in questo gioco. Se io per sortilegio sparissi, non ci sarebbe più alcuna discussione sulle primarie. Ma io penso di rappresentare un valore aggiunto in una contesa – le primarie – in cui i protagonisti non dovrebbero avere un ruolo pre-assegnato, come se si tuffassero a mare perché è questo quello che succede se le primarie si svolgono come un fatto vero in cui una platea vasta viene chiamata alla selezione del candidato.
D’Alema dice che se Sinistra Ecologia e Libertà vuole esercitare un ruolo di egemonia, deve giocarsela alle elezioni…
È un argomentare contorto. Se il Pd ha una percezione precisa di quale sia lo stato di crisi generale del centrosinistra, allora deve essere in grado di confrontarsi sull’unica proposta che prova a far uscire dall’angolo la coalizione riformatrice. Si sono avvitati in una linea politica che comunica assai poco con il paese e che affida alle forze centriste un ruolo egemonico che Casini intende esercitare a 360 gradi. Si tratta di una proposta politica in cui non si capisce quale sia l’uscita dal berlusconismo, quali siano le politiche che mettano al centro beni comuni, welfare, istruzione pubblica, diritto al lavoro…
Mettiamo che tutto il Pd si appiattisca sulle posizioni di Marchionne e che decida di non indire le primarie. Doppia sconfitta… Qual è il piano B?
Anche qui è il contrario: il mondo del lavoro incassa la propria sconfitta e frantumazione con la frustrazione di chi stenta ad avere una propria rappresentazione sulla scena della politica. La classe operaia – se posso usare un’espressione considerata arcaica – si difende nelle aule parlamentari, dove si dovrebbe lavorare per spingere questa classe dirigente a dar conto delle proprie politiche di smantellamento dei diritti e delle protezioni sociali. Il Palazzo è invece il luogo nel quale si può percepire la distanza tra le due “Italie”: quella del lavoratore sottoposto al peggiore dei ricatti, molto spesso in cassa integrazione e che vive con 750 euro al mese e quell’altro, quella specie di icona della modernità che è Marchionne, che dalla sua cattedra pagata 450mila euro al mese chiede al lavoratore se preferisce essere buttato per strada o spremuto ancor di più come un limone. È difficile che il lavoratore dica “buttami per strada”, ma il suo vuoto e la sua condizione rappresentano la rinuncia della politica a proporsi come alternativa di società. Sia chiaro: in questa fase politica, si stanno giocando questioni di carattere generale che hanno fondato le democrazie del ‘900, principi fondamentali, non bazzecole!
Appunto, e sembra che per questa volta si sia destinati alla sconfitta. La crisi economica non aiuta: non c’è il rischio di perdere di nuovo il turno con la storia?
La cosa che sta maturando nel mondo è una riduzione del lavoro ad una dimensione di pura mercificazione. È in gioco la dignità della persona, dovrebbe essere umiliante in un paese civile discutere di perdere il diritto ad ammalarsi, vorrei vedere se il modello di contratto proposto dalla Fiat fosse applicato per tutte le categorie…
Sì, ma non avverti il rischio che queste posizioni siano ormai schiacciate da quelle sostenute da Marchionne, intorno alle quali si raccoglie la maggioranza dei consensi? La storia non ha preso un’altra direzione?
Non si può calcolare prima se si vince o se si perde e poi decidere come schierarsi in base alla convenienza. Non c’è una scelta: non giocare questa partita significa togliere alla parola sinistra qualunque significato, renderla solo una cartolina illustrata, una griffe.
Torniamo alla politica. Il terzo polo dialoga con Pdl e Lega, sembra allontanarsi l’ipotesi di voto anticipato. Che succede a sinistra in questo caso?
Se così fosse, si tratterebbe di un esito un po’ poco eroico da parte dei soggetti del terzo polo. Un esito che dovrebbe indurre ad una riflessione autocritica sulla linea seguita, cioè quella di una spallata parlamentare a Berlusconi con l’obiettivo di far nascere un governo che a seconda dei casi è stato chiamato tecnico, di transizione, politico o legato alle riforme economiche… Nessuno ha stanato i protagonisti della vita politica italiana. Il centrosinistra doveva stanare Casini e Fini che si sono resi partecipi di fatti molto gravi, come il consenso alla riforma Gelmini. Non l’ha fatto. Ma di che parliamo? Io voglio un’alternativa a questa idea della scuola, dell’università, del mercato del lavoro, del governo del territorio. Altrimenti l’anti-berlusconismo diventa una raccolta di battute. Invece deve essere critica radicale a un modello di governo e di società e anche al corredo dei valori della destra.
Tutto questo sottolinea le debolezze del Pd.
Ma come si tiene insieme una linea fatta di lotta politica alla riforma Gelmini, una proposta di alleanza con chi ha votato quella riforma e poi ancora una sorta di agnosticismo sul lodo Marchionne? Non penso ci sia un pezzo di elettorato che possa sentirsi mobilitato da una simile linea…
Veltroni ha espresso una linea meno vaga su Marchionne, vorrebbe risvegliare l’orgoglio del Pd e pare difendere le primarie…
Credo di essere stato sempre molto corretto nei confronti del Pd, di aver discusso delle posizioni politiche, ma di non aver mai lavorato per mettere in pista un cavallo di Troia o selezionare un pezzo di leadership democratica con cui costruire un’intelligenza speciale. C’è un dibattito nel Pd in cui si confrontano sensibilità e personalità che vengono da una lunga storia di contesa intestina. Mi piacerebbe che ciascuno si liberasse da qualunque elemento personale di risentimento e si potesse stare alla sostanza delle cose. E la sostanza è: per il futuro dell’Italia la sinistra rappresenta un problema o una via di salvezza? Per “sinistra” io intendo un punto di vista autonomo sul lavoro, sul sapere, sulla libertà. Lo dico non per cattiveria ma perché così l’ho intesa: la ricerca di un’alleanza con la cultura moderata è un’abdicazione al dovere di fare lotta politica, è un gesto di eutanasia per la sinistra.
Forse dovremmo guardare anche fuori dai confini italiani. Si scende in piazza anche a Tunisi, Algeri…
Sta emergendo a livello planetario la questione delle povertà della peggior specie, quella che si dà nel rapporto con la prospettiva di lavoro e col futuro. È curioso come congedandosi dal ‘900 il mondo ritrovi nella povertà il nocciolo duro della questione sociale, come se fossimo nell’800, ancora bisognosi dei nostri Victor Hugo, Charles Dickens, cioè di scrittori capaci di una narrazione che consenta a questa fenomenologia della spoliazione e dell’emarginazione di uscire dal cono d’ombra in cui è stata esiliata da parte della politica.

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