Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, recita la
saggezza popolare, come a dire che in un mondo di cattive compagne si starebbe
meglio soli.
Beppe Grillo l’ha capito tanto bene da farne
l’unica, reale linea politica del suo movimento.
Soli contro tutti, dato che gli altri sono per
definizione compromessi, laidi, incapaci e certo, forse, un po’
mafiosi.
Il più pulito c’ha la rogna, per restare
all’antico.
Ognuno per se e Dio per tutti, e già che c’è ci
guardi anche dagli amici, e così il primo che s’azzardi a mettere il naso fuori,
a suggerire che, certo, le alleanze si fanno sempre e solo con gli elettori, ma
si potrebbe anche provare a smettere di credere che la ragione cessai sull’uscio
della propria casa, e quindi proporre una coalizione, quel qualcuno appunto sarà
fulminato.
Incoerente, venduto, traditore, poltronaro, con la
variante di chi l’aveva sempre saputo e di chi ha subito la peggiore delusione
della propria vita, che in questo caso si presume giovane.
Tutto questo in assenza di qualunque considerazione
del contesto, della storia e dell’attualità.
Il contesto è quello, pesantissimo, di un paese a
rischio di perdere ciò che resta di una sovranità traballante, con un sistema
politico a brandelli, uno stato di viscerale frattura del vincolo di
rappresentanza, un crollo verticale della propria capacità economica, in un
quadro di finanza pubblica preoccupante.
La storia è quella di un partito, SEL, nato dalla
scommessa di poter portare in un ambito di governo le culture politiche della
sinistra e dell’ambientalismo, altrimenti confinate per propria scelta nella
ridotta del massimalismo e dell’ideologia.
L’attualità è quella inattesa di un governo
“tecnico”, nato con l’ambizione di riscrivere a propria somiglianza un sistema
politico in decomposizione, e ridotto a fallimentare amministratore
straordinario dello Stato, sorretto dai voti del PD, e avversato da tutte le
altre forze della sinistra politica e sociale.
Resta da ricordare che il voto del 2008 ha
consegnato alla destra e a Berlusconi il governo fino al 2013, e non ad altri, e
che quindi, per amor di verità, le politiche di Monti andrebbero raffrontate a
quello che farebbero loro, e non a ciò che faremmo noi.
E che quindi, proprio in considerazione di contesto,
storia e attualità, dovremmo imparare, per una volta e non di più, dagli
americani a girare lo sguardo, e a giudicare non cos’abbia fatto chi detiene il
potere, ma cosa farà chi si candida a detenerlo.
Certo, ci vuole coraggio nell’Italia del 2012 ad
abbandonare la cultura del sospetto, che ci induce a chiedere all’altro dove
fosse ieri, anzichè dove insieme potremmo essere domani.
Ma è proprio su questo, sull’immaginare un futuro
politico con il M5S, che per quanto mi riguarda si consuma una frattura
irrimediabile con Di Pietro.
Il suo domani, semplicemente, è molto diverso dal
mio.
Quello che so invece è che domani vorrei essere al
fianco di Hollande a rimettere in discussione il futuro dell’Europa, perchè la
Francia altrimenti morirà di solitudine, e vorrei restituire al mio paese il
ruolo di potenza, mi si scusi il termine, produttiva, anzichè di triste pascolo
per le cavallette della rendita, e vorrei riparlare di welfare state come motore
della crescita, anzichè come voce di bilancio da tagliare.
Vorrei parlare di patrimoniale e di reddito minimo,
e restituire a chi è andato l’opportunità di tornare, anzichè veder partire in
massa i migranti che fino a qui ci hanno accompagnato.
Ho pensato di poterlo fare col PD, nonostante oggi
sostenga Monti e ieri abbia sostenuto anche di peggio, e confesso di aver
pensato che quando si tratterà di ridiscutere il fiscal compact persino l’UDC
potrebbe essere interessata, in nome di quella brutta cosa che si chiama
interesse nazionale.
In fondo, dalla crisi, come da ogni prodotto umano,
si può uscire, ma stavolta solo da sinistra, come ci dimostra il tentativo
opposto di Monti.
Bisogna tuttavia provarci, a partire dalla
considerazione che in mezzo non ci sta nessuna virtù.
Col PD? La speranza è l’ultima a morire. - by Giovanni Paglia