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12.11.12

Perchè Vendola




PERCHE' VENDOLA

Il mio dopo Chianciano, fu una pausa di riflessione, ora invece è diventata convinzione, SEL è il partito che sosterrò perché ha un progetto politico di SINISTRA finalizzato a questo scopo, alle primarie, voterò ovviamente per Nichi Vendola… e non solo perché leader di SEL, ma perché è anche l'unico candidato che può dare una svolta politica diversa da quella attuale liberista e che in caso di successo, il centrosinistra si troverebbe ad essere sbilanciato a sinistra..piuttosto che a destra con Renzi o al centro con Bersani..credo sia doveroso sostenere Vendola perché nell'agenda politica delle Primarie, riporta le parole lavoro, giustizia sociale, patrimoniale e diritti. Come sostenitore di Sinistra credo fermamente che l'isolamento non possa servire perché non gioverebbe a nessuno..se non ai soliti noti !



4.11.12




L'inutile dibattito su Blair

La cosa stravagante non è che nel 2012 il centrosinistra italiano si divida su Tony Blair, ma che ne discuta. Se infatti sul personaggio la storia avrà modo di dire la sua, probabilmente senza particolare benevolenza, non può esserci invece alcun dubbio sulla sua totale estraneità alle sfide del tempo presente. Blair ha strappato la Gran Bretagna ai tories post-tatcheriani, sulla base dell'intuizione che il pensiero liberista fosse ormai tanto egemone nella società anglosassone da non poter essere discusso, ma tuttalpiù addolcito, reso cool da una nuova generazione di dirigenti laburisti cresciuti fuori dalle macerie delle sconfitte degli anni '70 e '80. Non ha cambiato direzione, ma ha provato a rendere più confortevole il tragitto, e forse a renderlo possibile per qualcuno in più. Peccato che la direzione fosse la crisi odierna, sulla quale la terza via e il new labour, tornato non a caso piuttosto old stile, ammutoliscono, perché rappresenta esattamente la negazione di tutta l'impalcatura ideologica delle sinistre di governo anni '90. Il punto quindi non è e non può essere il posto di Blair nell'album di famiglia, dove pure dovrebbe stare dalla parte dei parenti di cui ci si vergogna un po', come conviene a uno che ha portato il proprio popolo in una guerra inutile sulla base di consapevoli menzogne. Il punto è se si possa anche solo immaginare di uscire dalla crisi attraverso ricette economiche e sociali che hanno contribuito a portarci nella situazione attuale, e di cui Blair fu convinto sostenitore. Naturalmente no, e infatti in tutta Europa e nel mondo la sinistra parla d'altro. Parla, sostanzialmente, la lingua di Vendola. Se in Italia non è così, e si pensa di andare avanti per suggestioni, ammiccamenti e importazione di modelli scaduti, decisamente abbiamo un problema. A proposito. Abbiamo già avuto un blairiano di ferro, peraltro in tempo utile. Era il rottamando Massimo D'Alema. Dio li fa e poi li divide.
Pubblicato da Giovanni Paglia



18.10.12




LA SVOLTA POLITICA DEL TERZO MILLENNIO

Si vince quando non ci si arrocca, quando si esce dai palazzi e dalle segreterie perché la politica del XXI secolo non può più basarsi su vecchie nomenclature preconfezionate, le persone si aspettano di essere ascoltate per essere coinvolte nelle scelte e nelle decisioni,si vince quando vengono intercettate queste aspettative, altrimenti si perde.



9.8.12


Schwazer, tra la testa e il cuore

Le avventure di Schwazer, il Dopato Buono, dividono gli italiani. Ma non come succede di solito: gli uni contro gli altri. Stavolta la scissione è avvenuta dentro di noi. Il cuore prova umana simpatia per questo reo confesso che ha osato autodenunciarsi pubblicamente. Tanto più in un Paese dove persino l’assassino colto in flagrante urla al complotto della magistratura. Se avesse accusato, se avesse negato, sarebbe stato sepolto dal disprezzo che in Italia è riservato non a chi infrange le regole, ma a chi si fa beccare. Invece ci ha messo la faccia. Anzi, ha fatto televisivamente di meglio: l’ha tenuta nascosta fra le mani per tutta la durata della confessione. Con quella voce frignante, sempre sull’orlo di franare in pianto, ma capace di soprassalti puntuti, strano impasto di coraggio virile e debolezza bambina. Anche la nostra pancia è un po’ schwazeriana. Rapita dalla curiosità, benché assalita da un certo disgusto per il rito sacrificale della gogna in diretta. Piena di comprensione per questo italiano dal cognome irto di consonanti che ha denudato un’anima fragile, i complessi di inferiorità nei confronti della fidanzata famosa, la paura di illudere, di deludere, di perdere e quella nausea nei confronti del suo sport che lo avvicina al tennista Andre Agassi, il quale in un libro memorabile ha raccontato il suo odio per il tennis, trasformatosi in passione solo dopo il ritiro. Rimane ancora, chissà per quanto. La testa. E quella ovviamente stecca sul coro. La testa zittisce la pancia, suggerendole di non provare pena per un privilegiato che aveva liberamente accettato le regole crudeli e i ritmi folli dello sport moderno. Tutti i lavoratori faticano e molti sono nauseati dal proprio lavoro, più oscuro e peggio pagato di quello di Schwazer. E tutti i corridori vogliono arrivare primi, ma non per questo sono disposti a passare col rosso. La testa fa vacillare persino il cuore, estraendo dal romanticismo delle sensazioni il linguaggio prosaico dei fatti: martedì Schwazer ha detto di avere comprato il doping su Internet, mercoledì di averlo comprato in una farmacia turca. Ma davvero nelle farmacie turche ti incartano il doping insieme con le supposte? Davvero un atleta che fino a un mese fa si faceva di cioccolato al latte, all’improvviso impara a prendere le dosi giuste di epo? Non serviva l’apporto di un medico specializzato, anche solo per evitare di ammazzarsi e per cercare di ingannare i controlli? Ma la testa ne ha anche per i dirigenti del nostro sport, i quali dipingono Schwazer come un solitario un po’ balzano. Capirei ancora, afferma la testa, se l’atletica italiana avesse cinquanta campioni da medaglia come Cina e Stati Uniti. Ma avendone soltanto uno, non sarebbe stato più facile, e più necessario, marcarlo stretto? Questo e altro dice la testa, prima di lasciare al cuore l’ultima parola: l’animo umano è complesso e Schwazer ci tocca una corda profonda perché, come scrive oggi Riotta, rappresenta l’uomo del Tutto o Niente, la morale degli eroi e dei malvagi. Invece la vita di noi normali è un compromesso quotidiano e sfiancante fra il bene e il male, la fantasia e il senso comune, la disciplina e la tentazione. Proprio per questo, forse, rappresenta la forma più sottile e profonda di eroismo. - by Gramellini


Fra proverbi e realtà

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, recita la saggezza popolare, come a dire che in un mondo di cattive compagne si starebbe meglio soli.
Beppe Grillo l’ha capito tanto bene da farne l’unica, reale linea politica del suo movimento.
Soli contro tutti, dato che gli altri sono per definizione compromessi, laidi, incapaci e certo, forse, un po’ mafiosi.
Il più pulito c’ha la rogna, per restare all’antico.
Ognuno per se e Dio per tutti, e già che c’è ci guardi anche dagli amici, e così il primo che s’azzardi a mettere il naso fuori, a suggerire che, certo, le alleanze si fanno sempre e solo con gli elettori, ma si potrebbe anche provare a smettere di credere che la ragione cessai sull’uscio della propria casa, e quindi proporre una coalizione, quel qualcuno appunto sarà fulminato.
Incoerente, venduto, traditore, poltronaro, con la variante di chi l’aveva sempre saputo e di chi ha subito la peggiore delusione della propria vita, che in questo caso si presume giovane.
Tutto questo in assenza di qualunque considerazione del contesto, della storia e dell’attualità.
Il contesto è quello, pesantissimo, di un paese a rischio di perdere ciò che resta di una sovranità traballante, con un sistema politico a brandelli, uno stato di viscerale frattura del vincolo di rappresentanza, un crollo verticale della propria capacità economica, in un quadro di finanza pubblica preoccupante.
La storia è quella di un partito, SEL, nato dalla scommessa di poter portare in un ambito di governo le culture politiche della sinistra e dell’ambientalismo, altrimenti confinate per propria scelta nella ridotta del massimalismo e dell’ideologia.
L’attualità è quella inattesa di un governo “tecnico”, nato con l’ambizione di riscrivere a propria somiglianza un sistema politico in decomposizione, e ridotto a fallimentare amministratore straordinario dello Stato, sorretto dai voti del PD, e avversato da tutte le altre forze della sinistra politica e sociale.
Resta da ricordare che il voto del 2008 ha consegnato alla destra e a Berlusconi il governo fino al 2013, e non ad altri, e che quindi, per amor di verità, le politiche di Monti andrebbero raffrontate a quello che farebbero loro, e non a ciò che faremmo noi.
E che quindi, proprio in considerazione di contesto, storia e attualità, dovremmo imparare, per una volta e non di più, dagli americani a girare lo sguardo, e a giudicare non cos’abbia fatto chi detiene il potere, ma cosa farà chi si candida a detenerlo.
Certo, ci vuole coraggio nell’Italia del 2012 ad abbandonare la cultura del sospetto, che ci induce a chiedere all’altro dove fosse ieri, anzichè dove insieme potremmo essere domani.
Ma è proprio su questo, sull’immaginare un futuro politico con il M5S, che per quanto mi riguarda si consuma una frattura irrimediabile con Di Pietro.
Il suo domani, semplicemente, è molto diverso dal mio.
Quello che so invece è che domani vorrei essere al fianco di Hollande a rimettere in discussione il futuro dell’Europa, perchè la Francia altrimenti morirà di solitudine, e vorrei restituire al mio paese il ruolo di potenza, mi si scusi il termine, produttiva, anzichè di triste pascolo per le cavallette della rendita, e vorrei riparlare di welfare state come motore della crescita, anzichè come voce di bilancio da tagliare.
Vorrei parlare di patrimoniale e di reddito minimo, e restituire a chi è andato l’opportunità di tornare, anzichè veder partire in massa i migranti che fino a qui ci hanno accompagnato.
Ho pensato di poterlo fare col PD, nonostante oggi sostenga Monti e ieri abbia sostenuto anche di peggio, e confesso di aver pensato che quando si tratterà di ridiscutere il fiscal compact persino l’UDC potrebbe essere interessata, in nome di quella brutta cosa che si chiama interesse nazionale.
In fondo, dalla crisi, come da ogni prodotto umano, si può uscire, ma stavolta solo da sinistra, come ci dimostra il tentativo opposto di Monti.
Bisogna tuttavia provarci, a partire dalla considerazione che in mezzo non ci sta nessuna virtù.
Col PD? La speranza è l’ultima a morire. - by Giovanni Paglia

2.6.12


L’erba cattiva e la memoria fragile



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L’aspetto più incredibile, del decreto Licenzia Italia (scusate, ma ora per par condicio con gli altri va chiamato così) è che c’è veramente gente convinta che migliorerà le condizioni di quelli che oggi non sono garantiti.
Come se 150 anni di storia dei sistemi bastati sul libero mercato non ci avessero insegnato che da sempre – sempre – un mutamento dei rapporti di forza in favore dell’una o dell’altra parte ha effetti immediati anche sui soggetti non direttamente coinvolti.
Dal sabato festivo allo Statuto dei lavoratori, nel XX secolo, il miglioramento delle condizioni dei lavoratori a cui queste norme si applicavano ha implicato anche un miglioramento delle condizioni dei lavoratori non coinvolti, sia in termini di orari di lavoro sia più in generale in termini di diritti.
E viceversa, l’abolizione della scala mobile – ad esempio – ha portato dritta filata al fantastico pacchetto Treu.
Si tratta, banalmente, di uno spostamento dei rapporti di forza tra i datori di lavoro e gli addetti.
Quando sento lavoratori precari a cinque euro l’ora fare spallucce o addirittura festeggiare perché i garantiti non saranno più tali – la solita triste guerra tra poveri – mi viene da dirgli: piantala, ragazzo, che tra un anno ne prenderai quattro, di euro all’ora.
di Alessandro Gilioli

25.4.12

25 Aprile 2012



"..NON C’ERO E NON CONOSCO COSA ACCADDE… DIFFIDO DALLA STORIA UFFICIALE NON CI VEDO MAI RIFERIMENTI ALLA GENTE COMUNE. HO VIAGGIATO PER IL MONDO, SENZA TREGUA SENZA SOSTA, PER LUNGHI ANNI. E QUELLO CHE PORTO NEL CUORE NON SONO PERSONAGGI MA PERSONE, GENTE COMUNE E IL LORO QUOTIDIANO. OGNI LORO RACCONTO PER ME È UN PICCOLO GRANDE TESORO, DI UN VALORE INESTIMABILE. NON C’ERO E NON CONOSCO COSA ACCADDE… MA SO CHE OGGI VIVO UN PRESENTE DA UOMO LIBERO. E QUESTO MI BASTA PER CREDERE CHE OGGI SIA UN GIORNO SPECIALE"
 Anton Vanligt

11.4.12


ART.18: ECCO PERCHE’ IL LAVORATORE NON SARA’ MAI PIU’ REINTEGRATO NEL SUO POSTO DI LAVORO




LAVORO: LA TRUFFA DEL REINTEGRO

di Bruno Tinti

Non avrei mai pensato di rivolgere al presidente Monti e al ministro Fornero la stessa domanda (retorica) tante volte fatta a B&C: ma ci siete o ci fate? E invece… L’art. 14 comma 7 del ddl sulla riforma del lavoro (Tutele del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo) dice: “il giudice che accerta la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (sarebbe il licenziamento per motivi economici) applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del medesimo articolo” (il reintegro ). E, poco più avanti: “nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma”. Che consiste nel dichiarare “risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condannare il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva” (l’indennizzo).

TUTTO RUOTA intorno a due paroline: “manifesta insussistenza”. Cosa vogliono dire? In linguaggio comune è semplice: il fatto posto alla base del licenziamento non esiste; perciò il lavoratore va reintegrato nel posto di lavoro, poche storie. Ma, per un giurista, insussistenza senza aggettivi è cosa diversa dall’insussistenza “manifesta”. Il giurista si chiede: ma perché questi hanno sentito il bisogno di scrivere che l’insussistenza deve essere “manifesta”? Un fatto o sussiste o non sussiste; quanto sia complicato accertare che esista non incide sulla sua esistenza, solo sulla difficoltà della prova.

Per capirci meglio, un assassino va condannato sia che lo si becchi con il coltello sanguinante in mano, sia che la sua responsabilità emerga dopo un complicato lavoro di indagine (movente, alibi, testimonianze etc). Dunque, pensa il giurista, questi hanno scritto “manifesta insussistenza” proprio per differenziare questi casi da quelli in cui c’è l’insussistenza semplice; e per differenziare il trattamento conseguente, reintegro nel primo caso, solo indennizzo nel secondo.

Come tecnica legislativa non è una novità. Quando, in un processo, si solleva un’eccezione di illegittimità costituzionale, il giudice la accoglie solo quando la questione non è “manifestamente infondata”. Se è sicuro che la legge è conforme alla Costituzione, respinge l’eccezione. Insomma, solo quando il giudice ha qualche dubbio sulla costituzionalità della legge (o, naturalmente, quando è sicuro che sia incostituzionale), chiede alla Corte costituzionale di valutare. Ne deriva che la Corte non riceve tutte le questioni di illegittimità costituzionale ma solo quelle che i giudici ritengono “non manifestamente” infondate. Può darsi che tra le altre, quelle che il giudice ha respinto (sbagliando), ce ne fossero di fondate; ma la loro fondatezza non era “manifesta”; e quindi…

Tornando all’art. 18, siccome i criteri di interpretazione giuridica delle leggi questi sono (art. 12 del codice civile), ne deriva che il giudice potrà reintegrare il licenziato solo quando, da subito, senza indagini, senza prove, “manifestamente ”appunto, è sicuro che il motivo economico non sussiste. Se invece dubita, se per decidere deve acquisire prove, allora niente reintegro. E cosa al suo posto? Ma è chiaro, l’indennizzo. E infatti Monti-Fornero lo dicono espressamente: “nelle altre ipotesi”, cioè quando l’insussistenza del motivo economico va accertata con una normale istruttoria dibattimentale (prove, testimonianze, perizie), quando dunque non è “manifesta”, di reintegro non se ne parla. Magari alla fine salterà fuori che il motivo economico non c’è; ma, siccome è stato necessario un vero e proprio processo per rendersene conto, niente reintegro, solo un po’ di soldi.

DA QUI DERIVANO TRE CONSEGUENZE MICIDIALI:

LA PRIMA:
Il reintegro per motivi economici non ci sarà mai. Davvero si può pensare che un’azienda licenzi con motivazioni che da subito, senza alcun dubbio, “manifestamente”, si capisce che sono una palla? Se anche la motivazione economica è infondata, sarà certamente motivata bene; e quindi sarà necessario un normale processo, come si fa sempre. Solo che, a questo punto, l’insussistenza del motivo economico, anche se accertata, non è “manifesta”; e il lavoratore non potrà essere reintegrato.

LA SECONDA:
I giudici saranno in un mare di guano. Perché, in alcuni casi, l’insussistenza del motivo economico ci sarà; ma, per essere sicuri, un po’ di istruttoria va fatta. Un giudice non può dire: “È così’”. Deve motivare perché è così; e per questo è necessaria l’istruttoria. Ma, se la fa, addio reintegro. Mica male come dilemma.

LA TERZA:
A seconda dell’interpretazione che il giudice darà del concetto “manifesta insussistenza” gli diranno che è uno sporco comunista o uno sporco capitalista. Della serie: “Se la mente del giudice funziona, la legge è sempre buona” (Snoopy sul tetto della sua cuccia). “Certo che con questi giudici…; anche le leggi migliori, che il sindacato si è ammazzato per ottenerle (o che il governo si è dannato per scriverle), non funzioneranno mai. La responsabilità per gli errori dei magistrati, ecco quello che ci vuole”.

by blog di Giacomo Salerno


31.3.12


Monti e l'amico, americano,immaginario


La semplice esistenza di media che riducano l’informazione a propaganda dovrebbe essere considerata un elemento estraneo ad una normale democrazia.
Peggiore è l’unanimismo del sistema dell’informazione, la tendenza più o meno spontanea di tutti i canali main stream ad allinearsi su posizioni univoche, a diffondere nello stesso modo la stessa notizia, se non la medesima interpretazione.
Quando si ha unanime propaganda il problema è serio e significa che si prossimi e pronti a entrare in un territorio dai contorni sfocati, dove il termine democrazia assume connotati tanto indefiniti da tracimare in altro.
E’ per questo che mi ha molto colpito ascoltare che la notizia data a reti e colonne unificate del tributo pubblicamente tributato da Obama a Monti e solo a Monti davanti alla platea dei capi di stato fosse semplicemente e banalmente un falso, peraltro facile da verificare.
E altrettanto mi colpisce che nessun giornale italiano di quelli che a questa bufala hanno dedicato titoli, corsici e retroscena abbia scelto di aprire con una rettifica e un commento sullo stato dell’informazione nel nostro paese, ridotta in tre mesi a macchina del consenso per un governo privo di legittimazione popolare e tentato ogni giorno di più dalla riduzione del Parlamento a ruolo di ostaggio.
Nessuno peraltro che si fosse nemmeno stupito del fatto che l’amministrazione USA, notoriamente critica con l’impostazione rigorista della destra europea e più propensa invece a politiche espansive, scegliesse di mettere al centro dello scenario la stampella italiana della signora Merkel.
Tutti invece rigorosamente embedded, pronti a trascrivere la nota di una fonte interna del governo, e poi a raccontare la favola del buon tecnico costretto a perdersi la carezza americana perchè perseguitato al telefono dalla cattiva politica.
La politica sarà pure cattiva, e trattandosi di Cicchitto sicuramente lo era, ma certo non peggiore di un personaggio che sulle relazioni ha costruito la sua fortuna e sul rigore dell’appartenenza alla destra economica, accademica e ideologica, e che oggi si permette nell’Italia che ha inaugurato la stagione dei suicidi seriali da lavoro, di vantarsi di un consenso costruito in questa maniere e di cui peraltro, data l’attendibilità delle fonti è certamente lecito dubitare.
Alla radio il servizio successivo era il ministro Passera che balbettava di recessione almeno fino alla fine dell’anno e credit crunch, senza la forza di proporre la benchè minima idea, per non dire soluzione.
Sono ministri. Per loro l’articolo 18 non è mai stato in vigore.

27.3.12


Nichi Vendola: «La mia sinistra
è l’opposto di Monti»

Ritanna ArmeniPubblicato da
il 26 marzo 2012.
Pubblicato in Le Altre Idee, Politica.

Eccoci alla parola sinistra, la più ambigua e la più disastrata nel linguaggio della politica. E con Nichi Vendola cominciamo dal nocciolo della questione.
Esiste ancora la sinistra? Oppure oggi non ha più senso parlarne? Sono molti a pensarla così…
Vedo ogni giorno in ogni latitudine del globo un’insorgenza di lotte e di pensieri che si manifesta in forme diverse, spurie e inconsuete che definiscono culture politiche nuove e chiedono cambiamenti radicali. Ho visto la sinistra in Occupy Wall Street. È stata una possibilità reale della primavera araba. L’ho vista e la vedo anche nel tragico vuoto di politica e di passioni nella vecchia Europa. La presenza della sinistra si è sentita, e si può sentire fortemente, persino per sottrazione, quando non c’è o non parla. Niente in questi anni è stato rumoroso come il suo silenzio.
Allora diciamo che la sinistra c’è, ma non ha parole, non riesce più a parlare al paese.

C’è come bisogno, come necessità, come possibilità. La dimostrazione sta nel fatto che oggi in qualunque parte del mondo potrei schierarmi. Sarei schierato per la elezione di Hollande in Francia, militerei in un movimento per in diritti civili se fossi in America latina… le tinte del cambiamento si sono arricchite, sono molte e diverse. In modo molto semplice mi sento di dire che oggi la sinistra è assolutamente formidabile come domanda sociale tanto quanto è mediocre come offerta politica.
Dici che la domanda è formidabile ma è anche diversa, molto diversa dal passato. È la mancanza di risposta a questa domanda formidabile, ma sicuramente diversa, che spesso fa pensare alla scomparsa della sinistra.

Un mondo, un intero mondo è caduto in un soffio, c’è stato un vortice che, durato 20 anni, ha portato via tutti gli universi conosciuti. Nel volgere di poche stagioni il mercato globale si è mutato in finanza globale, i mezzi di comunicazione sono diventati i monopolisti della formazione dello spirito pubblico e della cultura diffusa. E mentre il mondo si unificava nella economia, si è disgregato nei corpi sociali. Le citta sono diventate periferie, le famiglie si sono spaccate in gruppi anagrafici: i giovani, i vecchi… Il sindacato smarrito ha provato ad adattarsi alla corporativizzazione della società e i partiti si sono trasformati in quella sorta di ceto petulante addestrato ad amministrare poteri residui e marginali invece che quelli reali oramai spostati in luoghi extraistituzionali.
Nel Novecento la storia movimento operaio è stata la storia dei partiti e sindacati. Oggi proprio questi sono in crisi. È possibile parlare di sinistra senza di loro o con un loro ruolo fortemente ridimensionato?

Il tema delle forme dell’agire collettivo è cruciale. La crisi della forma partito non può essere seppellita e rimossa. È esplosa per molte ragioni e non ha trovato soluzione, ma è urgente trovare una soluzione perchè non esiste politica se non dentro un agire collettivo. La figura del leader a cui la sinistra, e non solo la sinistra, si è aggrappata in questi ultimi anni cercando salvezza, può essere una risorsa, ma il leaderismo diventa una patologia. Comunque per la soluzione del problema non esistono formule magiche. Io credo alla possibilità di mettere in rete con umiltà esperienze diverse che formano nella loro relazione una diversa forma dell’agire politico. Penso alla coalizione dell’alternativa come un campo complesso, che comprende anche alleanze elettorali, ma soprattutto una rete di movimenti e associazioni. Il vero il patto da costruire oggi, senza retorica è quello fra politica e giovani generazioni. E questo non può partire che da una critica alla continuità fra il governo dei tecnici e quello che lo ha preceduto. Parlo di una critica continuità della attuali politiche con la controriforma del ministro Gelmini ideata per fare della scuola un luogo di apprendimento della precarietà. Parlo di una continuità del governo dei tecnici con la riforma del ministro del Welfare Sacconi che voleva approdare ad un mercato del lavoro organizzato interamente sul paradigma della precarietà.
Rimane il problema che la sinistra ha bisogno di nuovi pilastri su cui ricostruirsi, nuove idee e anche nuove analisi…

Ha bisogno innanzitutto di un nuovo codice interpretativo e comunicativo, in una parola, di un vocabolario. La sinistra ha smarrito le parole per dirsi, per raccontarsi, vive in una ambiguità semantica che va eliminata. Pensa all’ambiguità semantica contenuta nella parola “riforme”. Per decenni essa ha significato un miglioramento del reddito, delle condizioni materiali, dei diritti oggi con questa parola si esprime l’opposto: la riduzione dei diritti e dei redditi. C’è una espressione di Mario Monti che, secondo me, è illuminante di questo slittamento semantico. Una volta ha detto che ci troviamo in crisi a causa di “decenni di buonismo sociale”. Ora viviamo in un paese con un tasso altissimo di evasione fiscale, che ha registrato un pauroso impoverimento dei redditi, in cui la mafia ha drenato risorse immani dalle casse dello stato e la nostra classe dirigente pensa bene di attribuire la crisi al buonismo sociale. E non capisce che il welfare è modello di civiltà, è il motore dello sviluppo, che i cittadini con welfare migliore hanno un maggiore potere di acquisto e possono portare ossigeno all’economia. La nostra classe dirigente che pensa che la modernità non avanzi attraverso l’abolizione della povertà ma con l’abolizione del conflitto sociale. Non riesce a comprendere che oggi il tema della modernità è l’eguaglianza. Ecco contro tutto questo c’è da costruire una sinistra.