Nichi Vendola: «La mia sinistra è l’opposto di Monti»
Eccoci alla parola sinistra, la più ambigua e la più disastrata nel linguaggio della politica. E con Nichi Vendola cominciamo dal nocciolo della questione. Esiste ancora la sinistra? Oppure oggi non ha più senso parlarne? Sono molti a pensarla così… Vedo ogni giorno in ogni latitudine del globo un’insorgenza di lotte e di pensieri che si manifesta in forme diverse, spurie e inconsuete che definiscono culture politiche nuove e chiedono cambiamenti radicali. Ho visto la sinistra in Occupy Wall Street. È stata una possibilità reale della primavera araba. L’ho vista e la vedo anche nel tragico vuoto di politica e di passioni nella vecchia Europa. La presenza della sinistra si è sentita, e si può sentire fortemente, persino per sottrazione, quando non c’è o non parla. Niente in questi anni è stato rumoroso come il suo silenzio. Allora diciamo che la sinistra c’è, ma non ha parole, non riesce più a parlare al paese. C’è come bisogno, come necessità, come possibilità. La dimostrazione sta nel fatto che oggi in qualunque parte del mondo potrei schierarmi. Sarei schierato per la elezione di Hollande in Francia, militerei in un movimento per in diritti civili se fossi in America latina… le tinte del cambiamento si sono arricchite, sono molte e diverse. In modo molto semplice mi sento di dire che oggi la sinistra è assolutamente formidabile come domanda sociale tanto quanto è mediocre come offerta politica. Dici che la domanda è formidabile ma è anche diversa, molto diversa dal passato. È la mancanza di risposta a questa domanda formidabile, ma sicuramente diversa, che spesso fa pensare alla scomparsa della sinistra. Un mondo, un intero mondo è caduto in un soffio, c’è stato un vortice che, durato 20 anni, ha portato via tutti gli universi conosciuti. Nel volgere di poche stagioni il mercato globale si è mutato in finanza globale, i mezzi di comunicazione sono diventati i monopolisti della formazione dello spirito pubblico e della cultura diffusa. E mentre il mondo si unificava nella economia, si è disgregato nei corpi sociali. Le citta sono diventate periferie, le famiglie si sono spaccate in gruppi anagrafici: i giovani, i vecchi… Il sindacato smarrito ha provato ad adattarsi alla corporativizzazione della società e i partiti si sono trasformati in quella sorta di ceto petulante addestrato ad amministrare poteri residui e marginali invece che quelli reali oramai spostati in luoghi extraistituzionali. Nel Novecento la storia movimento operaio è stata la storia dei partiti e sindacati. Oggi proprio questi sono in crisi. È possibile parlare di sinistra senza di loro o con un loro ruolo fortemente ridimensionato? Il tema delle forme dell’agire collettivo è cruciale. La crisi della forma partito non può essere seppellita e rimossa. È esplosa per molte ragioni e non ha trovato soluzione, ma è urgente trovare una soluzione perchè non esiste politica se non dentro un agire collettivo. La figura del leader a cui la sinistra, e non solo la sinistra, si è aggrappata in questi ultimi anni cercando salvezza, può essere una risorsa, ma il leaderismo diventa una patologia. Comunque per la soluzione del problema non esistono formule magiche. Io credo alla possibilità di mettere in rete con umiltà esperienze diverse che formano nella loro relazione una diversa forma dell’agire politico. Penso alla coalizione dell’alternativa come un campo complesso, che comprende anche alleanze elettorali, ma soprattutto una rete di movimenti e associazioni. Il vero il patto da costruire oggi, senza retorica è quello fra politica e giovani generazioni. E questo non può partire che da una critica alla continuità fra il governo dei tecnici e quello che lo ha preceduto. Parlo di una critica continuità della attuali politiche con la controriforma del ministro Gelmini ideata per fare della scuola un luogo di apprendimento della precarietà. Parlo di una continuità del governo dei tecnici con la riforma del ministro del Welfare Sacconi che voleva approdare ad un mercato del lavoro organizzato interamente sul paradigma della precarietà. Rimane il problema che la sinistra ha bisogno di nuovi pilastri su cui ricostruirsi, nuove idee e anche nuove analisi… Ha bisogno innanzitutto di un nuovo codice interpretativo e comunicativo, in una parola, di un vocabolario. La sinistra ha smarrito le parole per dirsi, per raccontarsi, vive in una ambiguità semantica che va eliminata. Pensa all’ambiguità semantica contenuta nella parola “riforme”. Per decenni essa ha significato un miglioramento del reddito, delle condizioni materiali, dei diritti oggi con questa parola si esprime l’opposto: la riduzione dei diritti e dei redditi. C’è una espressione di Mario Monti che, secondo me, è illuminante di questo slittamento semantico. Una volta ha detto che ci troviamo in crisi a causa di “decenni di buonismo sociale”. Ora viviamo in un paese con un tasso altissimo di evasione fiscale, che ha registrato un pauroso impoverimento dei redditi, in cui la mafia ha drenato risorse immani dalle casse dello stato e la nostra classe dirigente pensa bene di attribuire la crisi al buonismo sociale. E non capisce che il welfare è modello di civiltà, è il motore dello sviluppo, che i cittadini con welfare migliore hanno un maggiore potere di acquisto e possono portare ossigeno all’economia. La nostra classe dirigente che pensa che la modernità non avanzi attraverso l’abolizione della povertà ma con l’abolizione del conflitto sociale. Non riesce a comprendere che oggi il tema della modernità è l’eguaglianza. Ecco contro tutto questo c’è da costruire una sinistra.
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