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14.9.11


AL TILT CAMP
…la politica vista da una giovane militante



Sel o non Sel

E questo il problema?

Ci sono delle frasi, delle espressioni, delle citazioni a cui la Sinistra si affeziona e che – a furia di ripeterle – a volte perdono di significato o meglio il mantra propagandistico fa acquisire il postulato sollevando tutte e tutti dallo sforzo della riflessione reale.

“Bisogna combattere non Berlusconi, ma il berlusconismo” è una di queste espressioni abusate. Qualsiasi militante di Sel, o simpatizzante della sinistra diffusa, inserendo questa frase in un ragionamento può stare certo del consenso. Per carità, nulla di male: è una verità e il suo utilizzo rientra nella comunicazione politica. Tuttavia c’è chi questa considerazione l’ha voluta complicare aggiungendo che il berlusconismo non albeggia solo negli “altri” o in un concetto di società informe, c’è chi – con coraggio e acume politico – ha lanciato un allarme: “il berlusconismo ha invaso anche il centrosinistra”.

Quando Nichi Vendola esprime questo concetto scatta l’applauso. Anche al Tilt Camp è accaduto. Un applauso pieno, sentito, quasi liberatorio. La sensazione che ho quando ascolto quell’applauso è che, ancora una volta, si stia parlando degli “altri” , del Pd (o meglio ancora della classe dirigente del Pd) e mai di “noi”, mai di Sel. Come se noi fossimo immuni da tutto questo, come se noi in questi anni avessimo vissuto da un’altra parte, come se l’aver aderito a un progetto che condanna quell’ideologia ci mettesse automaticamente al riparo. E invece i partiti non sono comunità astratte, sono fatti di uomini e donne che vivono e hanno vissuto questo tempo. Perciò, se davvero crediamo alla pervasività del fenomeno del berlusconismo e vogliamo ragionare nell’ottica del cambiamento e della trasformazione sociale, dobbiamo partire sul serio da noi.

Tilt Camp ha cercato di decostruire questo tabù. E lo ha fatto dichiarando innanzitutto i passaggi di difficoltà che ha vissuto, e vive, questa generazione nel privato (?) e nel pubblico. Di fronte a un malessere esistenziale e di rappresentanza – dovuti a una vita precaria e instabile e a una politica istituzionale sorda e poco trasparente – le reazioni possono essere molteplici. Nel privato una ricerca estenuante di stabilità nelle relazioni affettive e il desiderio smodato (indotto?) di genitorialità. Nel pubblico sfiducia, allontanamento, rigetto. Oppure ancora l’esatto contrario, nel privato un’eterna giovinezza e mancanza di domanda per il futuro, nel pubblico l’adesione e l’investimento a una forma della politica capace di porsi in maniera alternativa a tutto questo.

Non mi vergogno ad ammettere di avere attraversate tutte queste fasi e di caderci, e ricaderci, in continuazione. Il punto però adesso non sono io come individuo singolo, siamo “noi”. Non il noi fatto solo dei singoli che si mettono insieme, ma il noi che si costituisce intorno all’idea di cambiamento, di “ricostruzione”, di pratica degli obiettivi, come ci siamo detti a Roseto degli Abruzzi,.

E le quattro giornate di Tilt Camp li hanno tirati fuori questi obiettivi comuni: reddito di cittadinanza, salvaguardia e investimento dei e sui beni comuni, sessualità come spazio pubblico, costruzione di un immaginario antimafia, comunicazione libera e gratuita, il diritto a “restare” e tanto altro. Su tutto questo incombe un problema vecchio, stantio, frutto del Novecento, risultato della storia di chi ci ha preceduti e di chi ha cercato di disfarsene, di chi lo ha ereditato e ripudiato e di chi lo ha aggiornato con gli elementi nuovi del berlusconismo. La forma, l’identità, l’egemonia, il nascondimento, riaprono ancora una volta un dibattito superato nei fatti. Perché fare Tilt e non la giovanile di Sel? Perché non direttamente Sel? E, di contro, “Tilt va bene solo se non è dichiaratamente Sel”. O dentro o fuori, aut aut. Basta prendersi in giro! Ma sbaglio o lo slogan di Tilt Camp era: “Conquistiamoci un altro giro”?

Sembra così difficile credere al fatto che la regia di questo passaggio storico la facciamo noi? Abbiamo introiettato così tanto il germe della diffidenza reciproca da non riuscire a crederci. “Dov’è la fregatura? Non può funzionare così?”. Bisogna fissare, dichiarare, imbrigliare, disconoscere un percorso per renderlo “reale”. La realtà per fortuna invece è questa: alcune persone che fanno parte di un partito politico in questi anni hanno incrociato altre storie o, in alcune fasi, le hanno persino vissute attivamente. Hanno intrecciato i loro bisogni e hanno imparato cose che, nello spazio chiuso del loro fare politica, non avevano mai compreso fino in fondo. Non disconoscono lo strumento che hanno scelto, ma nutrono profondo rispetto per chi ne utilizza un altro che ha la stessa finalità: costruire la Sinistra in Italia. E non solo, riconoscono i guasti, i limiti e le insufficienze di tutti questi luoghi e, per questa ragione, si pongono il problema di come riformarli per renderli incisivi, funzionali al miglioramento delle nostre condizioni di vita. Tilt non è un partito, ma non è neanche il movimento dei movimenti. Alla battuta di Zoro (“siamo al campeggio dei giovani di Sel ma non si può dire”) rido amaro. E non perché sono stata “beccata in fragrante”, piuttosto perché riconosco nelle sue parole un sillogismo vecchio, fallimentare, iniquo. Lo stesso sillogismo che per anni ci ha portato ad essere “più realisti del re”. Lo stesso schema per cui alla domanda “Bersani o Vendola?”, la risposta non è sulla politica, ma sull’opportunità di vincere, sul maledetto voto utile, quello che per anni ci ha condannati a una vita schifosa. Lo stesso schema per il quale “voto Bersani perché è impossibile che in Italia possa vincere uno come Vendola”. Ma come? Non dicevano così anche per la Puglia, per Milano, per Napoli, per Cagliari, per il referendum? E dicevano così anche per Sel, quando tutti gli analisti ci spiegavano che non c’era spazio per un altro partito di sinistra. Che eravamo morti e che, se avessimo voluto continuare a fare politica dentro un partito, saremmo dovuti entrare nel Pd o in Italia dei valori. Alcuni di noi non ci hanno creduto, altri lo hanno portato avanti al punto tale che oggi questo partito viene messo al centro della nostra discussione.
Io ho partecipato alla fondazione di Sel, sono una dirigente di questo partito.
Ma mentre riaprivo questa partita ne ho giocate pure delle altre: l’ho fatto con daSud, con Action, con Rigas e mi sono sentita molto vicina alle Fabbriche di Nichi. Questi mondi da soli non sono autosufficienti come non lo è Sel: insieme possono colmare i vuoti l’uno della’altra e possono avere la capacità di riformarsi. Tilt può agire come strumento esterno e interno al cambiamento. Esterno sulla pratica degli obiettivi, interno rivoluzionando la forma della politica. Può essere strumento che agisce nella società, può essere elemento di pressione per la politica istituzionale e può anche determinare la nuova classe dirigente di questo Paese. E anche di questo non bisogna avere paura, non bisogna vergognarsi. Basta con questa idea, maturata grazie all’antipolitica di sinistra, che tutto ciò che è basso è puro e quello che sta in alto è sporco. Che se arrivi ad avere una postazione di potere sei, o diventerai, come tutti gli altri e quindi meglio lasciare tutto in mano a loro. In politica, nella mia esperienza, ho conosciuto l’arrivismo e la violenza, ma ho conosciuto anche la consapevolezza e la generosità.

Certo ci vogliono dei sani anticorpi, ma allora invitiamoci all’esercizio di individuarne sempre di nuovi tramite le esperienze sul campo che facciamo, senza rifiutare la responsabilità del nostro agire politico. In questi anni la mia dannazione – ma anche la mia salvezza – è stato il luogo da cui provengo. Ogni volta che torno in Calabria ricordo bene a me stessa perché ho iniziato a fare politica. Forse con questo spirito è possibile buttarsi alle spalle certi schemi inutili, le umane invidie e il berlusconismo di sinistra. Ora tocca a noi!

Celeste Costantino : giovane dirigente di Sinistra Ecologia Libertà


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