
Con affetto amaro...
Al presidente del Cpn di Rifondazione Comunista, Salvatore Bonadonna Al segretario nazionale del partito, Paolo Ferrero
Caro Salvatore, caro Paolo, con questa nota intendo comunicarvi le mie dimissioni dal Cpn di Rifondazione comunista. Decisione per me dolorosa ma a lungo meditata, che confido vorrete rispettare. Ho deciso che non mi iscriverò, nel 2009, al partito e per rispetto verso gli organismi di direzione politica mi dimetto, così da consentire il reintegro dell'assemblea che mi pare sia cosa importante. Vorrei però restituirvi almeno il motivo di questa scelta. Concordo con la ricostruzione del profilo di Rifondazione comunista che Ritanna Armeni ha proposto tempo fa su "Il Riformista . Mi pare sia vero, quanto scrive Ritanna: Rifondazione è nata riunendo, all'indomani dello scioglimento del Pci, culture e tendenze diverse della sinistra italiana. Avrebbe potuto essere dunque e naturalmente, la somma di cossuttiani, ingraiani, trotskisti, pezzi della vecchia nuova sinistra italiana ed esuli del Pds. Invece è riuscita ad essere soprattutto altro. Un laboratorio innovativo che ha raccolto squarci di cultura ingraiana e operaista, piegandone i caratteri in direzione della ricerca in campo aperto e dell'innovazione: dalla lettura dei movimenti pacifisti alla nonviolenza, alla messa a punto di tattica e strategia come elementi di una autonomia soggettiva dentro al campo politico dato (si pensi alla sofferta e difficile ricerca attorno al problema del governo). Ritanna dice: quella Rifondazione non c'è più. È morta. Ha prevalso ciò che era riuscita a non essere: la somma delle identità della sconfitta post-ottantanove. Cosa, ritengo, non da poco, almeno per chi quella stagione ha vissuto e con quelle lenti, ancora oggi, guarda il mondo. Ma a me ciò che dice Ritanna non basta. Perché io nel 1996 non mi sono iscritto a Rifondazione in forza delle coraggiose e opportune, almeno a mio avviso, svolte politico-culturali di Fausto Bertinotti. E se Rifondazione fosse oggi, quello che è stata dal 1998 al 2006, io direi, con Ritanna: «Rifondazione è morta», e scriverei punto e daccapo questa nota. Perché c'è un fatto materiale, che motiva la mia scelta e sul quale vi chiedo, voi che restate al Prc, di riflettere, se vi pare cosa utile: io ho trent'anni e non mi sono iscritto a Rifondazione perché essa si chiamava comunista. Non ho mai considerato importante per la vita mia, l'esistenza di una organizzazione comunista, neppure rinnovata, rifondata. Al contrario, le svolte e la ricerca proposte al partito da Fausto Bertinotti, hanno reso negli anni più coincidente, accessibile per me - che avevo undici anni mentre a Berlino si consumava la ribellione libertaria contro l'orrendo muro - la vita di una organizzazione comunista. Intendo dire che, dal 1998 al 2006, per la mia generazione è stato possibile mettere in questione - credo da sinistra - le intelligenti svolte culturali di Fausto. In un dialogo e in una tensione continua, siamo cresciuti. Forse insieme. Almeno spero. Oggi che vi pare difficile digerire, e dunque da espellere, quella cultura, figuratevi un po' cosa posso pensare io, di Rifondazione. Mi sono chiesto cosa ci sto a fare. Mi sono risposto, in un primo momento: l'opposizione interna. Oggi non mi basta neppure quella. L'ultimo gesto d'amore per Rifondazione sarebbe stato, credo, il suo trascendimento. L'ultimo mio gesto di opposizione è la sottrazione. Spero ve ne arrivi la voce. E vi sia utile. Mi pare insomma che sia venuto meno il fondamentale, la base della mia adesione al progetto politico di lungo respiro. E mi pare, più in generale, che esso sia in difficoltà, preso nei paludosi fanghi del populismo del pane e della pasta, da una parte e della pericolosa critica della politica proposta dai Di Pietro, da Travaglio e Beppe Grillo. Per questo vado via. Ciò che accade a Rifondazione da ultimo l'incredibile affaire del quotidiano "Liberazione" che a me pare più sintomo della crisi, che sua causa. Come pure l'insostenibile (per me, è ovvio) discussione sul muro di Berlino e il sostanziale silenzio, eccezione fatta, appunto, per la distribuzione di derrate alimentari in stile Caritas di fronte alla crisi del capitale transnazionale. Non capisco perché, neppure in sintonia con la solida e ferrea identità comunista, il gruppo dirigente di Rifondazione abbia scelto l'indifferenza rispetto al quadro politico, l'incubo del governo (persino della proposta, della cultura di governo d'una società), la testimonianza, l'irriducibilità. A me appassiona di più ciò che è riducibile al mondo, ciò che sa farsi finito e camminare, inciampare, cadere, rialzarsi, trasformarsi, sulla terra. Infine, per chiarezza: vado via da Rifondazione e non per iscrivermi a qualche altro partito esistente. Sono nato e cresciuto in un mondo nel quale i partiti, per la sinistra, non erano più l'unico strumento, né il primo o il più semplice da scegliere. Ci sono tanti modi per far vivere la ragione e la passione di una scelta di parte. Sono certo che ci incontreremo ancora.
Con affetto amaro Marco Assennato
( Coordinatore Nazionale dei Giovani Comunisti )
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