BIENVENIDOS

27.2.09





Con affetto amaro...


Al presidente del Cpn di Rifondazione Comunista, Salvatore Bonadonna
Al segretario nazionale del partito, Paolo Ferrero

Caro Salvatore, caro Paolo,
con questa nota intendo comunicarvi le mie dimissioni dal Cpn di Rifondazione comunista. Decisione per me dolorosa ma a lungo meditata, che confido vorrete rispettare. Ho deciso che non mi iscriverò, nel 2009, al partito e per rispetto verso gli organismi di direzione politica mi dimetto, così da consentire il reintegro dell'assemblea che mi pare sia cosa importante.
Vorrei però restituirvi almeno il motivo di questa scelta.
Concordo con la ricostruzione del profilo di Rifondazione comunista che Ritanna Armeni ha proposto tempo fa su "Il Riformista . Mi pare sia vero, quanto scrive Ritanna: Rifondazione è nata riunendo, all'indomani dello scioglimento del Pci, culture e tendenze diverse della sinistra italiana. Avrebbe potuto essere dunque e naturalmente, la somma di cossuttiani, ingraiani, trotskisti, pezzi della vecchia nuova sinistra italiana ed esuli del Pds.
Invece è riuscita ad essere soprattutto altro.
Un laboratorio innovativo che ha raccolto squarci di cultura ingraiana e operaista, piegandone i caratteri in direzione della ricerca in campo aperto e dell'innovazione: dalla lettura dei movimenti pacifisti alla nonviolenza, alla messa a punto di tattica e strategia come elementi di una autonomia soggettiva dentro al campo politico dato (si pensi alla sofferta e difficile ricerca attorno al problema del governo).
Ritanna dice: quella Rifondazione non c'è più. È morta. Ha prevalso ciò che era riuscita a non essere: la somma delle identità della sconfitta post-ottantanove. Cosa, ritengo, non da poco, almeno per chi quella stagione ha vissuto e con quelle lenti, ancora oggi, guarda il mondo.
Ma a me ciò che dice Ritanna non basta.
Perché io nel 1996 non mi sono iscritto a Rifondazione in forza delle coraggiose e opportune, almeno a mio avviso, svolte politico-culturali di Fausto Bertinotti. E se Rifondazione fosse oggi, quello che è stata dal 1998 al 2006, io direi, con Ritanna: «Rifondazione è morta», e scriverei punto e daccapo questa nota. Perché c'è un fatto materiale, che motiva la mia scelta e sul quale vi chiedo, voi che restate al Prc, di riflettere, se vi pare cosa utile: io ho trent'anni e non mi sono iscritto a Rifondazione perché essa si chiamava comunista.
Non ho mai considerato importante per la vita mia, l'esistenza di una organizzazione comunista, neppure rinnovata, rifondata. Al contrario, le svolte e la ricerca proposte al partito da Fausto Bertinotti, hanno reso negli anni più coincidente, accessibile per me - che avevo undici anni mentre a Berlino si consumava la ribellione libertaria contro l'orrendo muro - la vita di una organizzazione comunista. Intendo dire che, dal 1998 al 2006, per la mia generazione è stato possibile mettere in questione - credo da sinistra - le intelligenti svolte culturali di Fausto. In un dialogo e in una tensione continua, siamo cresciuti. Forse insieme. Almeno spero. Oggi che vi pare difficile digerire, e dunque da espellere, quella cultura, figuratevi un po' cosa posso pensare io, di Rifondazione. Mi sono chiesto cosa ci sto a fare. Mi sono risposto, in un primo momento: l'opposizione interna. Oggi non mi basta neppure quella. L'ultimo gesto d'amore per Rifondazione sarebbe stato, credo, il suo trascendimento.
L'ultimo mio gesto di opposizione è la sottrazione. Spero ve ne arrivi la voce. E vi sia utile.
Mi pare insomma che sia venuto meno il fondamentale, la base della mia adesione al progetto politico di lungo respiro. E mi pare, più in generale, che esso sia in difficoltà, preso nei paludosi fanghi del populismo del pane e della pasta, da una parte e della pericolosa critica della politica proposta dai Di Pietro, da Travaglio e Beppe Grillo. Per questo vado via. Ciò che accade a Rifondazione da ultimo l'incredibile affaire del quotidiano "Liberazione" che a me pare più sintomo della crisi, che sua causa. Come pure l'insostenibile (per me, è ovvio) discussione sul muro di Berlino e il sostanziale silenzio, eccezione fatta, appunto, per la distribuzione di derrate alimentari in stile Caritas di fronte alla crisi del capitale transnazionale. Non capisco perché, neppure in sintonia con la solida e ferrea identità comunista, il gruppo dirigente di Rifondazione abbia scelto l'indifferenza rispetto al quadro politico, l'incubo del governo (persino della proposta, della cultura di governo d'una società), la testimonianza, l'irriducibilità. A me appassiona di più ciò che è riducibile al mondo, ciò che sa farsi finito e camminare, inciampare, cadere, rialzarsi, trasformarsi, sulla terra.
Infine, per chiarezza: vado via da Rifondazione e non per iscrivermi a qualche altro partito esistente. Sono nato e cresciuto in un mondo nel quale i partiti, per la sinistra, non erano più l'unico strumento, né il primo o il più semplice da scegliere. Ci sono tanti modi per far vivere la ragione e la passione di una scelta di parte. Sono certo che ci incontreremo ancora.

Con affetto amaro
Marco Assennato

( Coordinatore Nazionale dei Giovani Comunisti )

23.2.09



SCISSIONI

Posso dire, a 52 anni, di avere avuto una vita politica abbastanza lunga, cominciata nei movimenti studenteschi di inizio anni settanta e che potrei considerare contrassegnata da una ricerca di “fedeltà”, ma anche, purtroppo, da esperienze di separazioni dolorose.
Come si dice per la vita sentimentale, posso dire di aver avuto tre matrimoni abbastanza lunghi.
Il primo, da “piccolo” col Manifesto e poi PDUP.
Il secondo col PCI.
Il terzo, più lungo e maturo col PRC.
I “partner” dei miei matrimoni politici cambiavano se stessi in modi travagliati durante il matrimonio e, magari, finivano con lo sciogliersi.
Ho vissuto col PDUP molte scissioni da ciò che poi diventerà Democrazia Proletaria.
I travagli del PCI cominciarono pochi anni dopo il mio ingresso.
E poi il PRC.
Ho sempre cercato di evitare rotture perché tendo alla continuità, ma ho sempre messo al centro la politica per cercare di decidere per il meglio.
Ora che sono più “vecchio” vorrei aggiungere anche un po’ di distacco rispettoso per evitare i troppi veleni che ho vissuto.
Mi permetterò comunque qualche “affettuoso” motto di spirito che spero venga compreso.
Io ho militato nel PDUP perché mi sembrava capace di rappresentare una radicalità in grado in qualche modo di interloquire con quel partito che manteneva la rappresentanza della classe e cioè il PCI. E non a caso, forse, l’unico dei “gruppi” della nuova sinistra a dichiararsi comunista. Altri cercarono più direttamente di sottrarre la rappresentanza al PC, ma non ci riuscirono.
La fine del PCI ha rappresentato per me un cambio di paradigma. Avevo contrastato l’occhettismo con forza ma senza arroccarmi nel vecchio identitarismo e anche in nome di una rifondazione che ad esempio tenesse dentro la critica da sinistra del socialismo reale e dello sviluppismo.
Contrasto duro perché l’occhettismo metteva insieme il nuovismo e le vecchie pratiche di asprezza del partito.
Per questo suggerisco a chi non ha vissuto quel conflitto assai impegnativo di evitare di rivolgermi l’accusa di occhettismo perché si sfiora il ridicolo e l’irricevibile.
Ma, dicevo, la fine del PC ha cambiato il mio schema.
La rappresentanza sociale non era più delegabile e l’idea di un nuovo partito di massa diveniva attuale. Per questo non ho avuto dubbio alcuno a separarmi dalla mia “famiglia” del PDUP quando Magri e i comunisti unitari sono usciti. Ma ho vissuto l’uscita come un impoverimento. Come mi sono considerato impoverito dall’uscita di Cossutta seppur inevitabile.L’accelerazione della rifondazione é stato anche il tentativo di rispondere a questi impoverimenti e di cogliere il nuovo, come il movimento, per farne il protagonista della fase che si apriva e protagonista, il PRC, lo é stato. Nella realtà sociale, dalle lotte nei consigli a quelle del movimento di Genova, dalla rottura col primo Prodi al tentativo del secondo Prodi, ma nella realtà politica invece, la dimensione di massa é stata solo sfiorata.
Diceva Libertini, che sotto il 10 per cento non ci si può dire partito.
E NOI IL 10 PER CENTO NON L’ABBIAMO MAI FATTO!
Intanto la società cambiava e la dimensione "di massa" richiede nuove riflessioni. Sta di fatto che noi questa dimensione l’abbiamo persa. Si può credere che sia colpa di due anni di governo?
Oppure, come qualcuno pensa e dice, del BERTINOTTISMO?


Francamente non é serio politicamente. In fondo, però é quello che pensano quelli che credono si possa partire solo dal PRC e riavvolgere indietro la pellicola.
Non capisco perché ciò che non é riuscito a BERTINOTTI-COSSUTTA dovrebbe riuscire a FERRERO-GRASSI. Se mi si passa la battuta, che vuole essere affettuosa, é come se si passasse da STANLIO E OLLIO, per me due geni, a GIANNI E PINOTTO, che sono al più bravi, simpatici e caratteristici.
E se ci mettiamo altri dirigenti delle formazioni comuniste si può arrivare al TRIO LESCANO, e siccome non voglio tenermi fuori, mi candido a fare la mano della famiglia ADAMS.Scherzo ovviamente, anche se le cose in realtà sono assai serie, il PRC non ce l’ha fatta: é questo il problema. Ha dato molto. Poteva di più. Ad esempio con la Sinistra Europea, intuizione geniale avversata in nome dell’internazionale comunista.
Ma basta vedere alcune cose dette e fatte in questa ultima fase, nel rapporto con i movimenti, il ritorno dei servizi d’ordine, o nella cultura istituzionale, tutto é partito, o nella cultura politica, "IL TRADIMENTO DEL COMUNISMO COME CATEGORIA PER OTTENERE CONSENSO", per capire che la stessa innovazione non ha fatto molti passi in avanti.
Naturalmente, dal mio punto di vista. Io non ho nessuna centralità elettoralistica, ma se ci si rassegna a otto liste elettorali (contatele, da ferrando ai radicali) non si ha più la bussola di massa. Naturalmente la diaspora non é elettorale ma politica. E lì vale ciò che ho detto prima sul PRC: non ce l’abbiamo fatta, almeno fin qui.
C’é da ricostruire un soggetto di massa. Constato che l’identità comunista, difesa giustamente dalla bolognina, fin qui non ci é riuscita. Naturalmente non ce l’ha fatta neanche chi ha voluto prescindere da essa, così importante per quello che rappresenta nella realtà del paese. La scissione di SD é stata al di sotto di ciò che poteva essere. Anche per l’epoca cambiata dai tempi dell’uscita del PRC. Qui é il punto. Il nuovo nesso tra dimensione di massa e società mutata. Soprattutto la difficoltà del mondo del lavoro ce ne parla.
E non si risolve con un po’ di populismo. Lo “SCONTRO IDEOLOGICO” sempre più rancoroso é l’effetto di questa difficoltà. Non certo la soluzione.
Si può pensare, come qualcuno fa che, dopo CHIANCIANO, regni nel PRC l’ordine, come nella Danimarca dopo la morte di Amleto? “NON CI FATE PERDERE TEMPO” ha scritto un vecchio militante cui pure voglio bene. Non mi pare che di questo si tratti. Anzi, posso dire che troppa mia vita politica, e, grazie anche al ruolo, ne faccio tanta, “NON TROVA PIÙ UTILITÀ NEL PARTITO”.
Un partito impoverito anche nei quadri, come lo é stato per ogni scissione.
Serve la politica, politica di massa. Se non ci si riesce e ci si rassegna alla diaspora, tra otto piccoli partitini o liste elettorali, non resta che scegliere per affinità culturale, come fu al tempo del PDUP, o starsene fuori.
Siamo ancora in tempo, solo se sapremo farci guidare dalla politica, perché il nostro futuro é nelle nostre mani.


ROBERTO MUSACCHIO - EURODEPUTATO DEL PRC