
SCISSIONI
Posso dire, a 52 anni, di avere avuto una vita politica abbastanza lunga, cominciata nei movimenti studenteschi di inizio anni settanta e che potrei considerare contrassegnata da una ricerca di “fedeltà”, ma anche, purtroppo, da esperienze di separazioni dolorose. Come si dice per la vita sentimentale, posso dire di aver avuto tre matrimoni abbastanza lunghi. Il primo, da “piccolo” col Manifesto e poi PDUP. Il secondo col PCI. Il terzo, più lungo e maturo col PRC. I “partner” dei miei matrimoni politici cambiavano se stessi in modi travagliati durante il matrimonio e, magari, finivano con lo sciogliersi. Ho vissuto col PDUP molte scissioni da ciò che poi diventerà Democrazia Proletaria. I travagli del PCI cominciarono pochi anni dopo il mio ingresso. E poi il PRC. Ho sempre cercato di evitare rotture perché tendo alla continuità, ma ho sempre messo al centro la politica per cercare di decidere per il meglio. Ora che sono più “vecchio” vorrei aggiungere anche un po’ di distacco rispettoso per evitare i troppi veleni che ho vissuto. Mi permetterò comunque qualche “affettuoso” motto di spirito che spero venga compreso. Io ho militato nel PDUP perché mi sembrava capace di rappresentare una radicalità in grado in qualche modo di interloquire con quel partito che manteneva la rappresentanza della classe e cioè il PCI. E non a caso, forse, l’unico dei “gruppi” della nuova sinistra a dichiararsi comunista. Altri cercarono più direttamente di sottrarre la rappresentanza al PC, ma non ci riuscirono. La fine del PCI ha rappresentato per me un cambio di paradigma. Avevo contrastato l’occhettismo con forza ma senza arroccarmi nel vecchio identitarismo e anche in nome di una rifondazione che ad esempio tenesse dentro la critica da sinistra del socialismo reale e dello sviluppismo. Contrasto duro perché l’occhettismo metteva insieme il nuovismo e le vecchie pratiche di asprezza del partito. Per questo suggerisco a chi non ha vissuto quel conflitto assai impegnativo di evitare di rivolgermi l’accusa di occhettismo perché si sfiora il ridicolo e l’irricevibile. Ma, dicevo, la fine del PC ha cambiato il mio schema. La rappresentanza sociale non era più delegabile e l’idea di un nuovo partito di massa diveniva attuale. Per questo non ho avuto dubbio alcuno a separarmi dalla mia “famiglia” del PDUP quando Magri e i comunisti unitari sono usciti. Ma ho vissuto l’uscita come un impoverimento. Come mi sono considerato impoverito dall’uscita di Cossutta seppur inevitabile.L’accelerazione della rifondazione é stato anche il tentativo di rispondere a questi impoverimenti e di cogliere il nuovo, come il movimento, per farne il protagonista della fase che si apriva e protagonista, il PRC, lo é stato. Nella realtà sociale, dalle lotte nei consigli a quelle del movimento di Genova, dalla rottura col primo Prodi al tentativo del secondo Prodi, ma nella realtà politica invece, la dimensione di massa é stata solo sfiorata. Diceva Libertini, che sotto il 10 per cento non ci si può dire partito. E NOI IL 10 PER CENTO NON L’ABBIAMO MAI FATTO! Intanto la società cambiava e la dimensione "di massa" richiede nuove riflessioni. Sta di fatto che noi questa dimensione l’abbiamo persa. Si può credere che sia colpa di due anni di governo? Oppure, come qualcuno pensa e dice, del BERTINOTTISMO?
Francamente non é serio politicamente. In fondo, però é quello che pensano quelli che credono si possa partire solo dal PRC e riavvolgere indietro la pellicola. Non capisco perché ciò che non é riuscito a BERTINOTTI-COSSUTTA dovrebbe riuscire a FERRERO-GRASSI. Se mi si passa la battuta, che vuole essere affettuosa, é come se si passasse da STANLIO E OLLIO, per me due geni, a GIANNI E PINOTTO, che sono al più bravi, simpatici e caratteristici. E se ci mettiamo altri dirigenti delle formazioni comuniste si può arrivare al TRIO LESCANO, e siccome non voglio tenermi fuori, mi candido a fare la mano della famiglia ADAMS.Scherzo ovviamente, anche se le cose in realtà sono assai serie, il PRC non ce l’ha fatta: é questo il problema. Ha dato molto. Poteva di più. Ad esempio con la Sinistra Europea, intuizione geniale avversata in nome dell’internazionale comunista. Ma basta vedere alcune cose dette e fatte in questa ultima fase, nel rapporto con i movimenti, il ritorno dei servizi d’ordine, o nella cultura istituzionale, tutto é partito, o nella cultura politica, "IL TRADIMENTO DEL COMUNISMO COME CATEGORIA PER OTTENERE CONSENSO", per capire che la stessa innovazione non ha fatto molti passi in avanti. Naturalmente, dal mio punto di vista. Io non ho nessuna centralità elettoralistica, ma se ci si rassegna a otto liste elettorali (contatele, da ferrando ai radicali) non si ha più la bussola di massa. Naturalmente la diaspora non é elettorale ma politica. E lì vale ciò che ho detto prima sul PRC: non ce l’abbiamo fatta, almeno fin qui. C’é da ricostruire un soggetto di massa. Constato che l’identità comunista, difesa giustamente dalla bolognina, fin qui non ci é riuscita. Naturalmente non ce l’ha fatta neanche chi ha voluto prescindere da essa, così importante per quello che rappresenta nella realtà del paese. La scissione di SD é stata al di sotto di ciò che poteva essere. Anche per l’epoca cambiata dai tempi dell’uscita del PRC. Qui é il punto. Il nuovo nesso tra dimensione di massa e società mutata. Soprattutto la difficoltà del mondo del lavoro ce ne parla. E non si risolve con un po’ di populismo. Lo “SCONTRO IDEOLOGICO” sempre più rancoroso é l’effetto di questa difficoltà. Non certo la soluzione. Si può pensare, come qualcuno fa che, dopo CHIANCIANO, regni nel PRC l’ordine, come nella Danimarca dopo la morte di Amleto? “NON CI FATE PERDERE TEMPO” ha scritto un vecchio militante cui pure voglio bene. Non mi pare che di questo si tratti. Anzi, posso dire che troppa mia vita politica, e, grazie anche al ruolo, ne faccio tanta, “NON TROVA PIÙ UTILITÀ NEL PARTITO”. Un partito impoverito anche nei quadri, come lo é stato per ogni scissione. Serve la politica, politica di massa. Se non ci si riesce e ci si rassegna alla diaspora, tra otto piccoli partitini o liste elettorali, non resta che scegliere per affinità culturale, come fu al tempo del PDUP, o starsene fuori. Siamo ancora in tempo, solo se sapremo farci guidare dalla politica, perché il nostro futuro é nelle nostre mani.
ROBERTO MUSACCHIO - EURODEPUTATO DEL PRC
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