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20.6.08



Sinistra, porte aperte nei prossimi congressi

di Elisabetta Piccolotti – Circolo PRC di Foligno -
Portavoce Nazionale Giovani Comunisti/e



Mio padre non ha mai sopportato il suo lavoro. Almeno da quando, già cinquantenne, l’azienda gli ha cambiato mansione: da operaio elettricista a operatore del call-center. A un certo punto ha cominciato semplicemente ad aspettare. Aspettava, e ancora aspetta, la pensione. Ricordo il suo commento, a cena, quando a ogni cambio di governo la data del suo pensionamento, si spostava un po’ più in là: ‘Sono di sinistra, se domani mi metto a produrre cappelli nasceranno esseri umani senza testa’.
Nei miei ricordi è con questa stessa litania che mi racconto le sconfitte della sinistra negli ultimi venti anni, il mondo che ci è cambiato intorno, i tessuti sociali implosi, i comportamenti collettivi diventati individuali e solitari. Qualche anno fa, quando la politica e la sinistra mi hanno conquistata, andare all’assemblea dei compagni la sera era per me un modo per dire a mio padre che poteva essere diverso. Quando è arrivata la ‘batosta’, come la chiama la Rossanda, confesso di aver pensato anche io come papà: ci siamo messi a fare la sinistra unita e la sinistra tutta è fuori dal parlamento. Anzi peggio: è fuori dal suo stesso popolo. Al suo posto c’è la destra peggiore, nei palazzi del potere così come in quelli dei quartieri popolari.
Ora vorrei che ci fermassimo tutti a ragionare sul come riconquistare tanti e tante alla convinzione che il mondo può essere diverso e che la propria condizione individuale ha a che fare con la politica e la storia, con l’agire e la lotta collettiva. Invece, come nota giustamente la Rossanda, non sembra affatto che sia questo l’assillo primario nel dibattito della sinistra. Ognuno va per conto suo. Ognuno pensa di poter risolvere il problema discutendo tra sé e sé. La massima aspirazione pare quella di cambiare alcune tessere con altre. La domanda ‘che cos’è oggi la politica?’ – ma anche ‘di chi è la politica’? - è scomparsa. Cancellata dal dibattito. Inesistente nella prassi. Il rischio che incombe sui congressi che tutti i partiti della sinistra hanno convocato è proprio quello di dare per scontato il senso del proprio agire per gettarsi liberamente nella tattica congressuale.
Questo discorso vale ovviamente anche per Rifondazione, in cui tutti sembriamo occupati più a rassicurare i nostri iscritti che a sviluppare gli elementi analitici necessari in una prospettiva di lungo periodo. Ascoltiamo una sfilza di domande retoriche e risposte scontate. Siamo fuori dai movimenti? Basta tornarci. La sinistra mette in gioco il partito? Basta impedirlo. Le identità storiche della sinistra sono in crisi? Basta riaffermarle. L’esperienza di governo drammatica? Staremo all’opposizione per vent’anni. Il vostro quartiere è di destra? Torniamo nei territori.
Dopo non essere stati capaci di interpretare politicamente ‘la massa di scontento e dolore che corre nelle società affluenti’, come dice Rossanda, siamo ora intenti a gareggiare per interpretare a nostro uso e consumo, nei congressi, la profonda scontentezza che alberga, legittimamente, nei militanti e negli attivisti del nostri rispettivi partiti.
Ma quella “massa di scontento” e quel disorientamento hanno una matrice profondamente politica. Denunciano e argomentano. Chiedono prospettiva e condivisione, non contingenza e rassicurazione. Se non otterranno risposte adeguate, prevarrà inevitabilmente la tentazione del riflusso e della sottrazione. Saranno gli stessi iscritti a porsi, giustamente la domanda finale di Rossana Rossanda: “Se no, francamente, che ci importa del suo congresso?”.
Allora bisogna che il nostro congresso sia aperto, che tanti e tante si facciano spazio, anche di prepotenza, nel nostro dibattito. Nessuna politica ri-creata può nascere soltanto dallo sforzo soggettivo e volontaristico di cambiare se stessi. Nessuno oggi può sentirsi “luogo di sintesi”. Tanto meno in assenza di una lettura approfondita dei mutamenti del capitalismo contemporaneo, della crisi della globalizzazione, delle identità nel lavoro e fuori dal lavoro.
Una generazione intera sta vivendo e soffrendo gli effetti delle politiche neoliberiste. Non è solo precaria: è dispersa, è irriconosciuta e irriconoscibile, senza più rapporto con le generazioni precedenti e le loro narrazioni. E’ subordinata ad altri nelle scelte del sindacato, dei partiti, delle istituzioni. Non è questione di rinnovamento generazionale. Qui l’età dei ministri o dei deputati non c’entra nulla. C’entra l’essere in grado o meno di capire cosa quella generazione sta vivendo. C’entra l’avvertire come un assillo reale il diventare soggetto politico organizzatore di conflitto sociale tra i precari, il chiedersi come farlo, l‘indagare la microfisica di un conflitto che pure c’è, e le forme di sopravvivenza che aiutano quella generazione a resistere. A cavarsela, a galleggiare spesso sopra la corrente, a curare affetti e progetti senza pensare al futuro.
Tutto questo l’abbiamo chiamato “eterno presente”. Allora del presente, per favore, occupiamoci. Allora è nel presente che dobbiamo ricostruire la sinistra, praticare il rinnovamento, lavorare criticamente sulla rappresentanza, mettere al lavoro energie e pensieri, tanti, non solo quelli di Rifondazione, che da soli non bastano più. Dovremmo già essere occupati a organizzare l’opposizione a questo governo. Non è scontato che sia la sinistra politica il centro propulsivo di questa opposizione. L’opposizione non è una formula magica: anche all’opposizione si corre un rischio reale di marginalizzazione, minoritarismo, inefficacia.
Vuol dire che non possiamo dare per scontato proprio niente. Il terreno è tutto da conquistare, e non esistono ripari. Le condizioni politiche vanno ricostruite dalle fondamenta. Può Rifondazione farlo da sola? A me non pare. Credo che sia invece necessario sviluppare, negli anni di dura opposizione che ci aspettano e nel campo devastato della sinistra intera, un processo e una ricerca costituenti. ‘Un lavoro comune di indagine e proposta, in tempi non vaghi e né intermittenti, in luoghi non precari, in azioni mirate e allargate nel breve e medio termine’. A Rossanda che chiede se ce la sentiamo di misurarci su questo, spero Rifondazione abbia il coraggio di dire che sì, se la sente, per oggi e per domani.

Il congresso almeno serva a questo.

14.6.08

Con el sol de tu bravura


"ERNESTO CHE GUEVARA : 80 ANNI OGGI!"




Quando saprai che sono morto
non pronunciare il mio nome
perché si fermerebbe
la morte e il riposo.
Quando saprai che sono morto di
sillabe strane.
Pronuncia fiore, ape,
lagrima, pane, tempesta.
Non lasciare che le tue labbra trovino le mie undici lettere.
Ho sonno, ho amato, ho
raggiunto il silenzio.


HASTA SIEMPRE COMANDANTE