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17.3.08

TIBET


E se dicessimo no alle olimpiadi?



Non si può continuare a fare finta di niente, occorre mettere in atto un'iniziativa seria e decisa: l'Italia deve ripensare se non è il caso di rinunciare alle Olimpiadi che si terranno a Pechino la prossima estate.La situazione venutasi a creare è molto grave e non è possibile ignorarla, le Olimpiadi sono manifestazioni ispirate ai principi di pace e tolleranza.

La storia!


Il 10 marzo 1959 i tibetani, esasperati dai soprusi e dalle vessazioni subite ad opera dei cinesi, entrati in Tibet, un paese allora libero e indipendente, nel 1950, la popolazione di Lhasa insorse e il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale. Un imponente assembramento di popolo si riunì intorno al Norbulinka, il Palazzo d’Estate, dove si trovava il Dalai Lama. Di fronte alle evidenti mire colonialiste della Cina che brutalmente tacitava qualsiasi forma di resistenza, si accaniva sulla popolazione civile e, di fatto, esautorava lo stesso Dalai Lama da ogni potere, la gente chiese apertamente al governo di rifiutare ogni inutile compromesso con Pechino e, con grande determinazione, gridò ai cinesi di lasciare il Tibet. La parola d’ordine era “Libertà e Indipendenza”.
Sono passati quarantotto anni e la situazione in Tibet non è cambiata. A fronte delle moderate richieste del Dalai Lama che dall’esilio chiede che al suo paese sia riconosciuta almeno una forma di reale autonomia in grado di consentire la sopravvivenza del patrimonio culturale tibetano, Pechino risponde con arroganza e infierisce sulla popolazione con disumani metodi repressivi sia fisici sia psicologici. Frustrati dalla mancanza di risultati concreti, un numero sempre maggiore di tibetani è deciso a mettere in gioco la propria vita perché il Tibet si possa salvare: come nel 1959, “Libertà e Indipendenza” sembra essere il grido che si leva dalle fila del popolo del Tibet.